Fra Genova e Buenos Aires: il Tango degli emigranti

Come Associazione di tango ci piace offrire a chi capitasse su queste pagine virtuali uno scorcio di ciò che ci affascina del tango e che ce lo fa sentire “nostro”, pur sapendo che appartiene ad una cultura che vive dall’altra parte del mondo. Come Liguri, in particolare genovesi, ci piace indagare e diffondere – per quel che possiamo senza annoiare – le radici storiche e culturali che legano la nostra terra, specialmente Genova, con la nascita di questa cultura.

Le nozioni qui di seguito esposte sono tratte dall’agenda casa 2014 del CRALAL che abbiamo avuto la fortuna di poter leggere e conservare, aggiungendo nozioni a quelle che già conoscevamo, curiosità e precisazioni che consideriamo interessanti per chi ama il mondo del tango, il suo ballo e Buenos Aires.

L’Italia è una nazione ben piccola rispetto all’Italia nel mondo, quella di tutti gli italiani che si sono trasferiti nei secoli all’estero in cerca di maggior fortuna per sopperire a fame e miseria, scappare dalle guerre o da regimi dittatoriali o ancora, semplicemente, per cercare un mondo migliore.

Prima dell’inizio del Novecento, gli italiani che desideravano emigrare partivano da porti europei come Marsiglia o Anversa. Ma a partire dal 1901, con la legge sulla liberalizzazione, i flussi migratori cominciano a svilupparsi dai porti italiani, in particolare da Napoli – verso il Nord America – e da Genova – verso il Sud America. Queste due città si trovano così a ricevere ondate di migranti, senza esservi in alcun modo preparate: ai margini della realtà portuale cominciano ad ammassarsi persone su persone, per lo più mal viste dai cittadini genovesi che li guardano con diffidenza ed anche con paura; le uniche strutture preposte ad una sorta di accoglienza sono gli uffici per effettuare controlli sanitari e igienici; lo Stato non si fa carico di questa gente, se non indicando alcune locande autorizzate ufficialmente ad ospitarli, a spese delle Compagnie di navigazione che sono ritenute le sole responsabili del trattamento degli emigranti in attesa di imbarcarsi. Accanto a queste locande ne fioriscono ben presto delle altre ufficiose, luoghi sporchi e senz’aria, dove i costi per le compagnie sono più bassi e dove i migranti in attesa di partire vengono stivati anche in cinquanta per due stanzette luride e senza finestre. Questi luoghi verranno ricordati dai testimoni dell’epoca più come prigioni o caserme, che come alloggi. Il viaggio via mare è anche peggiore: le persone, così definite “la tonnellata umana”, vengono ammassate nella terza classe. Questo significa: mangiare per terra con il cibo fra le gambe, dormire nello stesso posto dove si mangia,  vestiti in sorte di materassini che si trasformano ben presto in cucce per cani, già pronte –  il più delle volte – ad accogliere i migranti del viaggio successivo, senza essere in alcun modo cambiate o ripulite.

Le condizioni igieniche più che precarie, la mancanza d’aria, il sovraffollamento, il cibo scarso, il viaggio lungo, inevitabilmente moltiplicano i decessi causati da malattie come tifo, morbillo, complicanze respiratorie, ecc…

Molte sono le navi che contano centinaia di morti al loro ingresso in porto nel nuovo mondo; un esempio può essere quello del vascello fantasma “Matteo Brazzo” che nel 1884 viaggia per tre mesi con a bordo 1.333 persone alla volta dell’Uruguay. Ma venti morti di colera a bordo, gettano nel panico chi lo deve accogliere, tanto che viene respinto a cannonate a Montevideo.

Il porto di Buenos Aires a fine Ottocento per far fronte ai flussi migratori viene dotato di un albergo governativo per gli immigrati (Hotel de Inmigrantes) che poteva contenere  fino a 4.000 persone, che ivi venivano alloggiate in attesa del loro collocamento effettuato dall’Ufficio di Colonizzazione. Gli immigranti così giunti dall’Italia avevano per la maggioranza solo le braccia da offrire come qualifica, così venivano impiegati soprattutto come forza agricola; la politica di colonizzazione agricola argentina di quell’epoca costituisce uno dei capitoli meglio riusciti della storia di questa nazione, da cui trae origine per esempio la coltivazione – oggi fiorente – della vite, diffusa specie a Cordoba e Mendoza. Ma se da un lato esistevano esempi di politiche integrative ben riuscite, dall’altro la realtà degli immigrati era e rimaneva tragica; uno degli aspetti peggiori dell’emigrazione verso le Americhe fu lo sfruttamento dei minori, che venivano venduti a migliaia, per 100 lire, a trafficanti che a loro volta li rivendevano a miniere, vetrerie, cantieri. Migliaia erano poi i bambini che finivano a raccogliere legna o carbone, vendendo giornali o vivendo per strada, alimentando la categoria dei delinquenti e delle prostitute.

I periodi delle grandi migrazioni possono essere suddivisi in tre grandi epoche:

- Da fine Ottocento alla Prima Guerra mondiale

- il periodo fra le due Guerre

- Dal dopoguerra agli anni ’70 (1946-1976)

Genova in tutto questo ha un ruolo di primissimo piano: il legame è doppio, da un lato perché i Liguri sono i pionieri dell’emigrazione nazionale, dall’altro perché il porto costituisce il cuore dell’emigrazione italiana per tutto l’Ottocento. Fino al 1880 circa i migranti provengono soprattutto da Liguria, Piemonte e Lombardia, poi si aggiungeranno anche le arre nord orientali e centrali, e solo dal Novecento il sud Italia.

Nel 1850 almeno il 10 % degli emigranti sono Liguri e si dirigono al 68% verso il Rio della Plata; le province di provenienza sono soprattutto Chiavari, Genova e Savona; prevalgono gli uomini la cui professione è contadina. Per dare un’idea dei movimenti migratori che influirono sulla città, basti pensare che in circa sessant’anni siano oltre quattro milioni i connazionali che dal porto si imbarcano nel loro viaggio della speranza.

L’emigrazione di massa era un affare d’oro per gli armatori genovesi, che allestivano viaggi scomodi e carissimi, le cui condizioni erano solo apparentemente vantaggiose: ad esempio, biglietto gratis e pagamento a rate solo dal momento in cui avrebbero potuto pagare. Le condizioni erano paragonabili a quelle delle navi negriere; il biglietto andava a circa 40 dollari che era pari a due anni di lavoro, per avere diritto a un posto sul pavimento, un pasto al giorno e un sottile materasso. Accanto agli armatori era presente la figura dei mediatori, che ingaggiavano i migranti per lavori da compiere oltreoceano. Le condizioni erano pessime e migliorarono solo nel 1888 con una legge nazionale che cercava di dare un ordine al fenomeno, arginando i soprusi.

Il motivo per cui i liguri furono fra i primi a emigrare verso il Sud America, risiedeva soprattutto nel fatto che la Liguria nel 1815 era diventata parte del Regno piemontese, perdendo la sua autonomia; da una parte l’aumento delle tasse sui prodotti agricoli che l’annessione comportò e la concorrenza delle industrie piemontesi sui prodotti tessili rispetto ai prodotti tessili creati artigianalmente in Liguria, dall’altra la rete di contatti con le Americhe che esisteva già grazie ai porti liguri per i contatti commerciali, favorirono l’emigrazione di massa delle persone.

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